India: ti sto guardando.
01 dicembre 2016

India: ti sto guardando.

Purtroppo arriviamo in India in aereo, dopo un breve volo da Muscat, Oman.
Abbiamo scelto l'aereo perché la rotta via terra a nord, attraverso la Cina in inverno, sarebbe stata troppo fredda per le nostre gambe, quella a sud attraverso il Pakistan troppo calda per la nostra incolumità.
Atterriamo a Jaipur.
La doganiera ci blocca all'uscita: “Pagate le tasse di importazione se le biciclette costano più di 300 euro.”
“Le biciclette costano 100 euro” – replico - “sono usate.”
Non può funzionare, penso.
Si consulta, ci lascia passare evidentemente contrariata.
Il primo ministro indiano ha appena effettuato una rivoluzione economica senza precedenti nella storia della moneta; tutte le banconote da 1000 e 500 rupie sono state dichiarate fuori corso da un momento all'altro, si parla di circa l'80% della cartamoneta in circolazione in un paese di oltre 1 miliardo di abitanti.
Potete immaginare il disagio, non tanto per noi che siamo di passaggio quanto per la popolazione.
Per noi si traduce in questo:
ATM, banca, ufficio postale dell'aeroporto fuori servizio per mancanza di banconote, ovvero non abbiamo la possibilità di reperire Rupie. Siamo distrutti dopo una notte insonne ma ci mettiamo a lato dell'aeroporto a montare le biciclette perché non abbiamo contanti per pagare un taxi che ci porti in albergo. L'albergo a sua volta non avrà il POS per la carta di credito e così via.
Nei 3000 km a seguire dovremo continuamente escogitare espedienti per ritirare/cambiare denaro viste le numerosi restrizioni legate al momento di transizione.
Questo è il problema minore, per noi il vero problema dell'India è l'India: salire in sella la mattina non è un piacere, né tantomeno arrivare a destinazione la sera.
Strade ciclisticamente invivibili in un traffico privo di regole e di rispetto, l'aria è irrespirabile.
Per la prima volta ci confrontiamo con un popolo estremamente invadente, spesso furbo e poco ospitale (ovviamente con le dovute eccezioni).
Sporcizia negli alberghi, nelle strade, nei ristoranti.
I chilometri in India sono nervosi e pericolosi.

Ad ogni sosta bastano pochi secondi per trovarsi accerchiati di persone, immobili a fissarci, senza nessuna intenzione di comunicare salvo qualche “How much?” indicando le biciclette.
A volte ci capita letteralmente di nasconderci in stradine secondarie di campagna, in mezzo ai campi, dietro ai cespugli per mangiare un panino in pace.
Ovviamente spesso non basta e gruppi di biciclette e motorini deviano dalla strada per venire a guardarci.
Una di queste volte, spazientito, fisso uno di questi ragazzi: “What are you doing?”.
Senza battere ciglio: “Looking at you” (ti sto guardando) mi risponde.
Quando per la prima volta nella vita ti trovi a gioire perché stai passeggiando dentro ad un centro commerciale e cenando in un fast food significa che qualcosa non va.

C'è sicuramente una grande energia dietro a questo paese, estremo in ogni suo aspetto, ma qualsiasi approccio filosofico-fricchettone, nel nostro caso, si scontra con la realtà, complessa, violenta, crudele all'odore di scarico di fabbrica.
L'India del nord non è posto per le biciclette.
Ogni tanto, preso dallo sconforto: “Chiara, prendiamo un aereo e andiamo al mare nelle Filippine”. Scherzavo, ma non troppo.
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