Nepal: Buddha è nato qui.
28 dicembre 2016

Nepal: Buddha è nato qui.

Tutti i cicloturisti che abbiamo incontrato ci avevano messo in guardia: pedalare in India è una sofferenza.
Pur credendogli abbiamo tenuto fede ai nostri piani e deciso di constatare con i nostri occhi, ma dopo circa una mese abbiamo deviato verso il Nepal: avevano ragione.
Il Nepal è il secondo fuori programma del nostro lungo viaggio.
Il confine dal lato indiano è caotico. Fatichiamo a trovare l'ufficio dell'immigrazione che si trova stranamente in posizione piuttosto nascosta, dietro ad una lunga colonna di camion che, come per magia, pare dissolversi una volta attraversato il confine.
Entriamo nel paese di Buddha.
E' ora di pranzo e appena entrati in Nepal ci fiondiamo al ristorante.
Chiediamo al cameriere di poter portare nel cortile le bici per tenerle sott'occhio, prontamente – e polemicamente - ci risponde “Non siete più in India, questo è il Nepal”.
Gli crediamo ma portiamo comunque le bici in cortile.
Le scritte sui camion cambiano.
In India i principali motti erano “Blow Horn!” o “Please Horn!” (Suona il clacson!).
In Nepal diventano “Buddha was born here” (Buddha è nato qui) e qualche aerografia dedicata al campionato calcistico inglese.
Noi siamo felici perché il clacson non ce l'abbiamo e Buddha ci mette di buon umore.
Da subito è percepibile la diversa densità di popolazione rispetto all'India che ovviamente si riflette positivamente su tanti aspetti della nostra giornata ciclistica: meno traffico, meno urbanizzazione, meno inquinamento, meno caos in generale.
Pensavamo che una volta attraversato il confine il cambiamento nell'approccio delle persone non sarebbe stato subito evidente e invece ci dobbiamo ricredere.
I nepalesi si dimostrano accoglienti e per nulla invadenti. Anche nelle zone più remote e meno abituate all'”uomo bianco” non veniamo accerchiati dalla folla come fossimo due alieni, ma accolti da sorrisi e mani che salutano.
Attraversiamo la piana del Terai immersi nella nebbia, una nebbia bassa e densa, basta salire di cento metri di quota per trovare uno splendido sole.
Decidiamo di fermarci in un paesino, poco sopra la nebbia, per asciugare le ossa sulla sponda del fiume.
Molliamo i bagagli in una camera scalcinata da due euro e ci fiondiamo verso il fiume con i libri sotto braccio come due perfetti turisti: il proprietario ci ferma.
“Dove andate?”
“Al fiume.”
“Non allontanatevi dal ponte. Ci sono le tigri e i coccodrilli, una tigre poco tempo fa ha ucciso una persona.”
É ormai Dicembre inoltrato, seppur al lento passo della bicicletta cambia la latitudine e arriva l'inverno.
Le temperature si fanno rigide e sopra i duemila metri scendono sotto lo zero.
Noi compriamo un paio di economiche giacche e la sera ci laviamo utilizzando secchi di acqua calda che gentilmente, e con pietà, i nostri ospiti ci scaldano sul fuoco in cucina.
Quelle tinozze fumanti di acqua bollente, in quei bagni gelidi sperduti tra i monti hanno la capacità di scaldare corpo e cuore come nessuna doccia fino a questo momento. In un gesto semplice e antico ci versiamo l'acqua calda addosso a vicenda.
Poi a letto, dentro al sacco a pelo, sotto a due spesse coperte, senza riscaldamento.
Il sole dà il ritmo e noi balliamo al suo tempo.
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